Che cos’è il vincolo di mandato

Deputati e senatori esercitano la loro funzione senza vincolo di mandato. Un principio alla base della nostra democrazia rappresentativa, ma che con il forte incremento dei cambi di gruppo in parlamento viene messo costantemente in discussione. 

Definizione:

«Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Questo è il contenuto dell’articolo 67 della costituzione italiana, e base giuridica che giustifica una delle libertà più importanti di deputati e senatori. I parlamentari svolgono il loro incarico senza obblighi nei confronti di partiti, programmi elettorali o dei cittadini stessi. Un concetto introdotto nella costituzione francese del 1791 grazie alla rivoluzione del 1789 e che è diventato nel tempo uno dei mattoni su cui è stata costruita l’idea moderna di democrazia rappresentativa. L’eletto quindi non ha nessun vincolo giuridico nei confronti degli elettori, ma solo una responsabilità politica. Una libertà di azione necessaria per poter svolgere le proprie funzioni senza pressioni e/o ricatti esterni. Il mandato imperativo, opposto al libero mandato del sistema italiano, è previsto solo in Portogallo, Panama, Bangladesh e India. Nei regolamenti di camera (art. 83) e senato (art. 84) l’assenza di vincolo di mandato è declinata nella libertà per singoli eletti di intervenire in disaccordo con il proprio gruppo di appartenenza.

Dati:

I cambi di gruppo nella XVI legislatura (2008-2013) son stati 261, poco più di 4 al mese. Un fenomeno che ha coinvolto 180 parlamentari (120 deputati e 60 senatori), il 19% dell’aula. Nell’attuale legislatura il fenomeno è esploso, con oltre 500 cambi di gruppo, quasi 10 al mese. Circa 1 eletto su 3 ha cambiato casacca almeno una volta dalle politiche del 2013. Il fenomeno ha molte sfaccettature, da parlamentari particolarmente mobili (alcuni con persino 9 cambi di gruppo nel corso della stessa legislatura), a quelli che passano da gruppi di maggioranza a gruppi di opposizione.

Analisi:

Il tema del trasformismo politico è strettamente legato a quello del vincolo di mandato. Se un parlamentare ha il diritto di agire liberamente, può anche decidere di cambiare gruppo politico di appartenenza nel corso di una legislatura. Proprio per questo motivo il crescente numero di cambi di gruppo e la necessità di modificare l’articolo 67 della costituzione italiana sono per molti due facce della stessa medaglia. Inserire dei vincoli, o degli obblighi, per i parlamentari nei confronti dei cittadini o del partito di appartenenza, limiterebbe sicuramente il fenomeno, ma sarebbe una cosa giusta? In altri paesi, come il Portogallo, l’iscrizione a un partito diverso da quello per il quale si è stati eletti significa perdere il mandato parlamentare (articolo 160 costituzione portoghese).

La mobilità costante di deputati e senatori all’interno dei diversi gruppi parlamentari è un problema per due motivi: complica il già incrinato rapporto fra elettori ed eletti, e rende difficile la comprensione dei processi politici. Un modo per intervenire sul fenomeno potrebbe essere la modifica dei regolamenti parlamentari. Rispetto a una riforma dell’articolo 67 della costituzione, richiederebbe un iter più semplice, di impatto inferiore e con meno ripercussioni sui diritti e le libertà di deputati e senatori.

  • Marco

    La mancanza di un vincolo di mandato in una situazione in cui sono forti i valori etici della coerenza e della onestà, in cui ci sono forti ideali politici, non darebbe problemi.
    Ma nella situazione in cui ci troviamo oggi, dove gli ideali sono persi, dove l’unico valore che interessa ai nostri parlamentari è quella del vitalizio, un vincolo di mandato potrebbe fare migliorare le cose.
    Trovo inoltre assurdo che delle persone, che si sono ritrovati in parlamento grazie al voto di persone che hanno dato la preferenza al partito “Pippo”, nel quale progetto si riconoscevano, rinneghino il partito in cui sono stati eletti per andare a schierarsi nel partito “Topolino”, che proponeva un progetto del tutto diverso da “Pippo”. E’ tradire le scelte e le decisioni fatte dagli elettori.
    Se non si riconoscono più nel partito in cui sono stati eletti, è giusto che non siano obbligati a restarci: se non piace più, si torna a casa!

    Permettere questi cambi di casacca non fa altro che disincentivare gli elettori ad esprimere la propria opinione, dato che tanto poi fanno come pare a loro.

  • zanna

    L’assenza del vincolo di mandato trova il suo perché con la fine del regime fascista: si voleva assicurare che i “rappresentanti” avessero sempre la possibilità di mandare a quel paese il loro partito e la sua linea politica, se ritenevano che avesse passato il segno.
    Ma, prima di ancora di questo aspetto, a me si pone un dubbio più importate: che COSA sono questi personaggi che si definiscono “rappresentanti”, CHI rappresentano?
    Mi spiego meglio: il candidato Tizio mi si presenta e mi dice che lavorerà per ottenere ” A”, mi convince, lo voto è grazie a tanti altri come me, viene eletto come “rappresentante”. Una volta seduto nel posto di potere lavora APERTAMENTE per CONTASTARE ” A”; e lo fa tranquillamente protetto dalla legge… dice che è un suo DIRITTO. Formalmente è vero, e potrà fare quello che gli pare fino a termine legislatura.
    Ma CHI sta “rappresentando” il “rappresentante”? Quell’articolo della Costituzione chi sta tutelando? … Non certo una (presunta) “democrazia rappresentativa”.