Legge elettorale, la vera riforma che serve è quella del regolamento di camera e senato

Da mesi si discute sulla nuova legge elettorale. Ma se premi di maggioranza e soglie di sbarramento sono al centro del dibattito rimane fuori dai radar una riforma necessaria e strettamente collegata: quella del regolamento di camera e senato.

Dal giorno del suo insediamento l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni ha avuto tra i suoi obiettivi l’approvazione di una nuova legge elettorale. Le tante proposte sul tavolo hanno occupato il dibattito parlamentare per mesi, toccando diversi aspetti della materia: dalla scelta fra maggioritario e proporzionale, a quello del sistema elettorale di altri paesi europei a cui ispirarsi.

Per combattere i cosiddetti “cespugli” ed evitare un’eccessiva parcellizzazione delle forze politiche all’interno del parlamento, due temi sono emersi al centro della discussione: una soglia di sbarramento (che probabilmente sarà del 5%) e la possibilità di inserire un premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione.

Un’esigenza nata anche da un parlamento, quello dell’attuale XVII legislatura, completamente rivoluzionato rispetto alle elezioni politiche del 2013. Rivoluzione causata in primis dai tanti cambi di gruppo (circa 10 al mese), e in secundis dalla nascita di numerosi nuovi gruppi parlamentari e componenti politiche. Ad oggi infatti, i gruppi che sono direttamente riconducibili a liste elettorali che hanno partecipato ultime politiche sono solamente 4: Fratelli d’Italia (presente in un solo ramo), Lega nord, Movimento 5 stelle e Partito democratico. I gruppi restanti o hanno cambiato nome e schieramento oppure sono il risultato delle tante scissioni interne alle liste elettorali.

I numeri necessari per creare un gruppo in parlamento

Com’è stato possibile tutto questo? I regolamenti camera e senato lasciano molto spazio per la creazione di gruppi parlamentari, pur sancendo un numero minimo di membri necessari. Soglia che sia a Montecitorio che a Palazzo Madama rappresenta il 3,17% dell’aula, equivalente a 20 deputati e 10 senatori. È quindi relativamente semplice in corso di legislatura far nascere nuovi gruppi parlamentari ed è con altrettanta relativa semplicità che lo si può fare con un numero “irregolare” di membri. Infatti l’ufficio di presidenza può autorizzare la costituzione di un gruppo “sotto soglia”«purché questo rappresenti un partito organizzato nel paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio ed una cifra elettorale nazionale di almeno 300 mila voti di lista validi» (comma 2 dell’art. 14 – regolamento della camera). Ad oggi, per esempio, il 50% dei gruppi alla camera ha meno di 20 membri, risultando formalmente fuori dalla norma.

A prescindere quindi del sistema elettorale con cui si decide di votare, una volta dentro il parlamento è possibile rimescolare le carte in tavola. Una possibilità garantita anche dal diritto costituzionale, che non si vuole assolutamente mettere in discussione, che permette ai parlamentari di agire senza nessun tipo di vincolo di mandato.

Partiti nascosti in liste di altri

Si potrebbe pensare che dando un premio di maggioranza alle liste (e non alle coalizioni) diventi più difficile per partiti più piccoli entrare in parlamento. Ancora una volta però, questa legislatura ha provato il contrario.

Prendiamo come esempio il Partito socialista italiano (Psi). Alle politiche del 2013 il Psi si è presentato solamente al senato con una lista propria all’interno della coalizione “Italia. Bene comune” a sostegno di Pier Luigi Bersani (Pd). Allo stesso tempo però era presente con una delegazione all’interno delle liste Pd sia a Montecitorio che a Palazzo Madama. Al senato la lista autonoma non raggiunse la soglia necessaria per ottenere un seggio, ciò nonostante attraverso le delegazioni presenti nelle liste del Pd ottenne comunque 4 deputati e 2 senatori. Alla camera ora il Psi è una componenti del gruppo Misto, mentre al senato fa parte del gruppo Per le Autonomie-Psi-Maie.

Tutto questo dimostra che anche limitando l’assembramento di partiti in coalizioni, all’interno di liste elettorali si possono “nascondere” anche altri partiti. Partiti che una volta entrati alla camera o al senato, escono dalla lista che li ha eletti e si uniscono come componente ad altri partiti, creando dei gruppi autonomi. Attualmente 9 dei 23 gruppi politici di camera e senato sono unioni di componenti. Anche se le urne sanciscono un risultato, ci sono modi per entrare comunque in parlamento.

Regolamentare meglio

L’attuale norma che regola la formazione dei gruppi parlamentari alla camera e al senato non sembra essere capace di correttamente contenere il distaccamento fra il risultato elettorale e le dinamiche parlamentari. Un problema che ostacola anche un sano processo di accountability politica, con gruppi politici che nascono e spariscono in corso di legislatura senza mai passare per le urne. Un fenomeno non di poco conto considerando che i tre governi che si sono succeduti nel corso della legislatura hanno spesso dovuto fare affidamento per l’approvazione di atti importanti sul sostegno esterno di gruppi politici che non hanno partecipato alle politiche del 2013 e che probabilmente non parteciperanno alle prossime elezioni politiche.

Per approfondire:

  • Alessandro Akela Furlanetto

    Secondo me non è da mettere in discussione la libertà di cambiare gruppo, né il vincolo di mandato, se i parlamentari vengono eletti dagli elettori scrivendo i loro nomi sulle schede: se ai cittadini viene riconosciuto i sacrosanto e costituzionale diritto di esprimere la propria preferenza, il loro rappresentante poi farà in parlamento tutto ciò che ritiene giusto per far valere le sue idee, per le quali è stato eletto. L’anomalia di questo parlamento è che i suoi membri non sono stati eletti, ma nominati dai capipartito secondo un meccanismo giudicato incostituzionale dalla consulta: eliminato questo, si riduce la distanza tra rappresentati e rappresentanti, che è il vero problema della nostra politica, senza regolamenti che tentino di costringere un politico a portare avanti idee non sue, cosa umanamente ostica e difficilmente inquadrabile in un regolamento.