Quando il lavoro non basta a evitare la povertà

Uno degli aspetti emersi con la crisi economica degli ultimi anni è la crescita del numero di persone che, pur lavorando, non riescono a mantenere uno standard di vita accettabile. Alcuni dati per mettere in luce questa tendenza, in Italia e in Europa.

L’aumento della povertà e delle disuguaglianze nelle economie sviluppate è una dinamica assodata da circa un trentennio, ma finché l’economia girava, la crescita occupazionale ne attutiva le conseguenze sul corpo sociale. Nel 2008, all’inizio della grande recessione, l’Ocse scriveva che “l’impatto di più ampie disparità di reddito salariale sulla disuguaglianza del reddito è stato attenuato da un più alto tasso di occupazione”.

La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha rimosso quest’ultimo freno all’espansione della povertà e delle disparità sociali. D’altro canto anche la struttura del mercato del lavoro che si è affermata dopo la crisi, caratterizzata da impieghi meno stabili e meno retribuiti, può aver contribuito ad aumentare il numero di persone in difficoltà.

Nel corso dell’ultimo decennio è aumentato sia il numero dei disoccupati sia il numero delle persone in povertà assoluta. Ma mettendo a confronto i due andamenti nell’ultimo decennio notiamo che la povertà è cresciuta più della disoccupazione.

Nel 2005 i disoccupati in Italia erano 1,8 milioni, poco meno degli 1,9 milioni di persone in povertà assoluta. È probabile che in molti casi i due gruppi coincidessero. Da allora, entrambi i gruppi hanno cominciato ad aumentare, ma i poveri molto più velocemente. Nel 2015 si registrano 3,1 milioni di disoccupati e 4,6 milioni di poveri assoluti. Dunque in molti casi la condizione di povertà assoluta potrebbe non essere associata alla mancanza di lavoro ed è probabile che siano aumentati i lavoratori sotto la soglia di povertà.

Quest’ultimo dato conferma la sensazione che, negli ultimi anni, l’allargamento della povertà abbia coinvolto in misura maggiore anche chi lavora. Una tendenza collegata alla crisi non solo italiana ma anche europea.

Il rischio povertà tra i lavoratori è aumentato in 7 stati europei su 10. L’Italia è il quarto paese in cui è aumentato di più: nel 2005 erano a rischio povertà 8,7 lavoratori su 100, nel 2015 sono diventati 11. Fanno peggio di noi Germania, Estonia e Bulgaria. Tra i lavoratori tedeschi il rischio povertà è aumentato di oltre 5 punti percentuali. Migliora la situazione in diversi paesi dell’est Europa, tra cui Polonia, Slovacchia e Ungheria.

Anche alcune tendenze nella struttura del mercato del lavoro, come la crescita dei contratti da poche ore alla settimana, possono aver contribuito ad aumentare il rischio povertà tra i lavoratori.

Gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015.

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