Come funzionano i commissariamenti per mafia

I provvedimenti per mafia seguono un iter leggermente diverso dagli altri. E può essere determinato non solo dalla condotta degli organi politici – giunta e consiglio – ma anche da altri incaricati come il segretario comunale, il direttore generale, i dirigenti e i dipendenti dell’ente locale.

Gli enti sciolti per infiltrazioni e condizionamenti di tipo mafioso meritano un capitolo a parte. Il provvedimento, dal notevole peso politico, segue un iter leggermente diverso dagli altri. Per accertare la sussistenza delle accuse, il prefetto nomina una commissione d’indagine che entro tre mesi (rinnovabili per altri tre) deve fare le dovute verifiche e consegnare le proprie conclusioni al prefetto.

Entro 45 giorni il prefetto invia al ministro dell’interno una relazione. A decretare lo scioglimento è poi il presidente della repubblica, su proposta del ministro dell’interno. L’intervento conserva i suoi effetti per un periodo da dodici a diciotto mesi, in casi eccezionali prorogabili a un massimo di ventiquattro mesi. Contro il decreto di scioglimento si può ricorrere in prima battuta dinanzi al tar e in appello dinanzi al consiglio di stato. Un’altra particolarità è che il commissariamento per mafia può essere determinato non solo dalla condotta degli organi politici, giunta e consiglio, ma anche da altri incaricati come il segretario comunale, il direttore generale, i dirigenti e i dipendenti dell’ente locale.

Dal 1991, anno in cui l’istituto è stato introdotto, al 2014 sono stati sciolti per mafia 258 comuni . Il dibattito sulla materia è sempre molto acceso, specie per il suo notevole peso sulle dinamiche politiche dell’ente locale. Particolarmente significativo è stato l’arrivo del governo tecnico guidato da Mario Monti nel 2012, quando i decreti di scioglimento per infiltrazioni mafiose sono aumentati del 380%. Un balzo che Raffaele Cantone nel 2012, nel report annuale di Avviso pubblico, giustificava così: «questo dato potrebbe in parte avere una spiegazione “politica”; la presenza al Viminale di un ministro tecnico, di provenienza prefettizia, che ha raccolto gli input che venivano dalle prefetture ma soprattutto che ha evitato estenuanti “mediazioni” politiche sugli scioglimenti, come purtroppo ci aveva abituato la prassi (deteriore) degli ultimi anni».

Per approfondire:

 

  • paolo pulvirenti

    Credo che uno dei motivi per la grossa differenza fra nord e sud in merito allo scioglimento di Consigli Comunali a causa di infiltrazioni mafiose, dipenda principalmente da motivi semantici, uniti a tendenza al “laissez faire”. Ho esperienza diretta di comuni del Trentino-AltoAdige controllati totalmente, nella composizione e nell’operato, da individui esterni al Consiglio Comunale. Ai miei ripetuti esposti il sostituto Procuratore della Repubblica raccomandava prudenza e sosteneva, senza esperire alcuna indagine, non esservi prove sufficienti per procedere. Il Procuratore della Corte dei Conti, a quanto pare, è persino andato a pranzo con i proci del Comune. Il Consiglio Comunale in parola si è autosciolto tre volte consecutive, senza che alcuna Istituzione battesse ciglio. Anzi, il Commissario del Governo inviava regolarmente Commissari ossequiosi nei confronti dei burattinai locali. Insomma, nihil novum sub sole, ma preferisco coloro che chiamano “mafia” la mafia e pane il pane.