Niente diritto di accesso ma ostacolo per la trasparenza

Il decreto legislativo varato dal governo sul Foia è deludente e controproducente . Ottenere l’apertura dei dati pubblici diventa più difficile e alcune campagne civiche promosse negli ultimi anni – come quelle di openpolis – rischiano di imbattersi in nuovi ostacoli.

foia4italy

dalla campagna www.foia4italy.it che chiede una legge in Italia per il diritto di accesso

Nel testo approvato dal Consiglio dei Ministri i buoni propositi enunciati nella relazione tecnica – accesso civico, open government, trasparenza –  vengono pian piano seppelliti da limitazioni e cattive procedure definite dai diversi articoli.

La campagna Foia4Italy – di cui openpolis è fra i promotori – dopo attenta analisi ha chiesto che a questo provvedimento non venga più associato il nome Foia perché sarebbe quanto meno fuorviante.

“Nello specifico ecco perchè NON è un FOIA:

1 – le pubbliche amministrazioni possono continuare ad applicare il silenzio-diniego senza bisogno di motivazioni, rendendo molto arduo il percorso di richiesta;

2 – non sono previste adeguate sanzioni in caso di accesso illegittimamente negato o di mancata risposta;

3 – le eccezioni all’accesso sono scritte in modo vago, lasciando troppo spazio all’interpretazione e quindi a possibili controversie;

4 – non è previsto che l’accesso ai documenti informatici sia sempre gratuito e non sono indicati precisamente i costi che potranno essere richiesti al richiedente (es. per riproduzione e spedizione);

5 – non è previsto alcun rimedio stragiudiziale e si rimanda a rimedi giudiziari, ovvero il ricorso ai Tar, spesso lenti e sempre onerosi;

6 – non è abrogata la norma che vieta il controllo generalizzato dell’operato della pubblica amministrazione, in contrasto con la missione del testo di favorire il controllo diffuso da parte dei cittadini (cfr. Art.6 comma 2.3).”

L’approvazione in Italia di una legge sul diritto di accesso è sempre stato uno degli obbiettivi dichiarati del governo. Lo stesso Renzi ne aveva fatto un suo impegno già nel 2012 quando si candidò alla guida del centro-sinistra.

Non possiamo che constatare come si tratti di un promessa disattesa da un esecutivo ancora una volta più attento alla comunicazione che alla sostanza di quello che fa.

Anche in questa circostanza il primo elemento ufficiale pubblicato è stata una presentazione con 11 slide mentre si è dovuto aspettare oltre 3 settimane per i testi ufficiali del decreto legislativo e della relazione tecnica.

Andando oltre gli aspetti di comunicazione – come questa legge si chiamerà e come è stata presentata – la preoccupazione maggiore è sul contenuto e sugli effetti che produrrà.

Il rischio è che la legge sul Foia – con cui si sperava di avere il diritto di accesso alle informazioni pubbliche – invece metta la pietra tombale su questa legittima aspettativa.

Come openpolis, potremmo non solo non essere avvantaggiati dalla nuova normativa ma addirittura incontrare nuovi ostacoli.

Un esempio concreto è la campagna “Patrimoni trasparenti” con cui vogliamo ricostruire i legami economici fra politici e soggetti terzi per avere modo di analizzare con questa chiave di lettura l’attività di governo e parlamento.

Il compito che ci siamo dati diviene più difficile.

Infatti ora le autorità amministrative indipendenti (art.3) hanno l’obbligo di rifiutare il rilascio di dati per tutelare interessi privati di persone fisiche e giuridiche, in particolare dal punto di vista economico e commerciale (art.6).

Quindi i soggetti preposti (Agcom, Antitrust, Consob..) rifiuteranno la richiesta di accesso alle informazioni sui conflitti di interesse dei politici dovendo proteggere l’interesse privato loro e delle persone e/o dei soggetti con cui hanno un legame.

Tutto ciò ci riporta ad una massima propria della storia dei processi normativi.
Quando si interviene su una materia – il più delle volte –  o si estendono diritti (agevolando comportamenti considerati virtuosi)  oppure si effettua una regolamentazione in senso restrittivo (disincentivando o punendo comportamenti considerati negativi).

La trasparenza trova scarsa attenzione non solo nel contenuti del decreto legislativo ma anche nel processo che ha portato alla sua definizione, a cui hanno partecipato in molti e in modo confuso.

Infatti, se in parlamento è stata presentata una proposta “più avanzata” ed è stato sollevato un certo interesse grazie a “l’intergruppo innovazione”, poi è stato lo stesso parlamento ad approvare una legge delega che demanda la questione al governo.

Allo stesso modo, se in modo quasi unanime la comunità tecnologica italiana si è espressa in modo negativo sul provvedimento, molti dei suoi esponenti più rappresentativi sono consulenti del ministero della funzione pubblica e fanno parte di tavoli tecnici.

Per finire con lo stesso ministro Madia che se da una parte rivendica la riforma della PA, poi però sulle questioni specifiche rimanda ai “tecnici” perché la figura del ministro è sempre “politica”.

Sembra proprio che la storia del finto Foia italiano sia qualcosa in cui tanti hanno elementi da rivendicare e nessuno si fa carico delle responsabilità.

I margini per migliorare il provvedimento sono minimi – il parlamento e il consiglio di stato daranno solo pareri non vincolanti – e tutto dipenderà dalla volontà del governo di rivederne il testo.

Proprio per questo è importante – che ognuno nel rispetto del proprio ruolo – prenda posizione in modo chiaro. Se è proprio della società civile vigilare e sollecitare, la buona politica deve essere capace di riceverne spunti assumendosi l’onore della scelta.

 

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