Donne nei Cda, l’effetto delle quote rosa

Prima della legge approvata durante il Governo Monti, le donne nei Cda delle aziende quotate in borsa erano meno di 200. In pochi anni i numeri si sono più che raddoppiati, con il dato finale che supera il 20%.

Come per la politica, la qualità degli incarichi affidati alle donne risulta determinante per capire quanto sia lungo il cammino per ottenere la piena parità di genere. Ancora una volta è importante partire dal presupposto normativo, fondamentale per capire cosa abbia mosso realmente il cambiamento. Fino al 2011 le donne presenti negli organi di amministrazione di società italiane quotate in borsa non raggiungeva le 200 unità (7,4%), dati Consob.

Proprio in quell’anno il Governo guidato da Mario Monti approvava una legge per assicurarsi la parità di genere nei Cda di aziende quotate “Art. 1 – Lo statuto prevede, inoltre, che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi. Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti

“Magicamente” dal 2012 in poi le donne presenti negli organi di amministrazione sono fortemente cresciute. L’ultimo dato rilevato registra per il 2014 520 donne in Cda di aziende quotate in borsa, superando il 22% del totale dei componenti, quasi il doppio rispetto al 2012, primo anno pieno con la nuova Legislazione in vigore.

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Nel contesto europeo l’Italia si classifica all’ottavo posto, nella parte alta della classifica e sopra la media europea ferma al 20%. Classifica guidata da Francia (32%), Lettonia (32%) e Finlandia (29%). Ancora meglio facciamo allargando la fotografia alla percentuale di donne dirigenti delle stesse aziende, con il nostro Paese che sale persino sul podio raggiungendo quota 29%, dietro sempre a Lettonia (32%) e Francia (33%).

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